Da Lucio si colloca in uno di quei luoghi in cui la geografia sembra già suggerire una postura gastronomica. La Darsena di Rimini, più che semplice cornice, diventa parte integrante del progetto: un punto di contatto tra terra e mare che predispone a una cucina fondata sull’ascolto e sulla sottrazione, lontana dall’immaginario balneare e più vicina a un’idea di porto come spazio di transito, memoria e profondità.
La sala, luminosa e attraversata da grandi vetrate affacciate sull’Adriatico, costruisce un ambiente elegante senza rigidità formali. Legno, vetro, cucina a vista e forno a legna disegnano uno spazio coerente con la filosofia del luogo: nessuna mediazione scenografica, nessuna ricerca di teatralità, ma una trasparenza che diventa dichiarazione di intenti. Il servizio si muove su un registro professionale e misurato, capace di accompagnare senza sovrastrutture, mantenendo sempre un equilibrio tra competenza tecnica e naturalezza relazionale.


La carta dei vini segue una linea altrettanto coerente, privilegiando etichette capaci di sostenere una cucina marina intensa, talvolta aspra, spesso giocata su registri di maturazione, grassezza e profondità gustativa. Il lavoro del sommelier si distingue per precisione interpretativa: gli abbinamenti non cercano mai il colpo ad effetto, ma piuttosto una funzione di sostegno e, quando necessario, di alleggerimento del percorso.
La cucina di Jacopo Ticchi si muove all’interno di una grammatica ben riconoscibile. Il pesce è trattato come materia viva, da esplorare anche nelle sue parti meno rassicuranti: interiorità, frattaglie, fermentazioni leggere, maturazioni controllate. Ne emerge una visione del mare che dialoga più con una sensibilità nordica che con la tradizione mediterranea classica, pur mantenendo un legame evidente con la cultura adriatica, riletta però attraverso un filtro concettuale e contemporaneo. Il percorso degustazione, unico in carta, costruisce una narrazione compatta, interamente marina, che rivendica coerenza ma al tempo stesso evidenzia l’assenza quasi totale di una componente vegetale capace di creare ritmo e contrappunto.




Tra i piatti più rappresentativi, la trippa di pesci rappresenta forse il manifesto più esplicito della cucina di Ticchi: un gesto diretto, privo di qualsiasi concessione estetica, che punta tutto sulla verità della materia e sulla profondità del gusto. È un piatto che rinuncia alla seduzione immediata per affermare una posizione culturale precisa. La triglia cruda con fegatini e ricci di mare lavora invece su un equilibrio più sottile tra dolcezza, amaro e sapidità, restituendo un mare carnale, quasi viscerale, ma ancora perfettamente leggibile. Meno centrata la rana pescatrice e cappasante al mandarino verde, dove la componente agrumata prova a introdurre freschezza senza riuscire del tutto a scardinare la densità complessiva del piatto.




Il brodetto al forno a legna chiude il percorso riportando il racconto all’origine, al gesto archetipico della cucina di porto, trasformando un piatto identitario della tradizione romagnola in una sintesi contemporanea tra memoria e progetto.


Da Lucio è oggi uno dei progetti più interessanti sul fronte della cucina di mare in Adriatico, con una personalità già definita ma ancora in fase di assestamento. La visione è chiara, il talento evidente, la grammatica solida. Resta da lavorare sulla sintassi, sul ritmo, su quei dettagli narrativi che separano una cucina fortemente identitaria da una pienamente matura. Un ristorante che ha trovato la propria voce, e che ora deve imparare a modularla.






